Acidosi metabolica di basso grado. Review su alcune evidenze dalla letteratura clinica e strategie di intervento

Acidosi metabolica di basso grado. Review su alcune evidenze dalla letteratura clinica e strategie di intervento

4 Settembre | Patologie acido-correlate | Dott.ssa Alessandra Rossi

Di seguito riportiamo la prima parte di un articolo che approfondisce il ruolo dell’alimentazione e dello stile di vita nell’insorgere della condizione di acidosi metabolica di basso grado, le patologie acido correlate e la funzione benefica di alcuni minerali che, se assunti correttamente, aiutano a contrastarla. In questa sezione, si riportano le evidenze scientifiche condotte in merito ad alcune patologie correlate all’acidosi metabolica, mentre la seconda parte dell’articolo, che sarà pubblicato nelle prossime settimane, verterà sul ruolo del potassio, del magnesio, dello zinco, del calcio e del bicarbonato di sodio nel prevenire o contrastare la condizione di acidosi metabolica di basso grado.

 

Il mantenimento dell’equilibrio acido-base è una delle variabili più fortemente regolate nella fisiologia umana. Al fine di mantenere l’omeostasi, c’è la necessità di bilanciare l’ingestione/produzione di H+ e l’efficace rimozione di questi ioni dall’organismo1,2,3. La concentrazione reale degli ioni H+ può essere espressa in una scala logaritmica, attraverso l’unità di misura del pH. Qualsiasi variazione di pH del sangue, che deve mantenersi all’interno del range 7.35-7.45, tende a essere controllata rapidamente dai sistemi tampone fisiologici al fine di evitare acidemia (pH < 7.35) o alcalosi (pH > 7.45)2.

Parallelamente agli stati di acidemia e alcalosi, si possono verificare minime variazioni del bicarbonato plasmatico e del pH ematico all’interno del range considerato normale. La condizione nella quale il pH è bilanciato su valori prossimi al limite inferiore (7.35), viene definita acidosi metabolica di basso grado. Diversi fattori possono portare ad acidosi metabolica di basso grado e la dieta è proprio uno dei principali4,5.

Minerali come il magnesio, lo zinco, il potassio e il calcio contribuiscono al mantenimento dei processi metabolici dell’organismo, a loro volta essenziali per la vita. Si tratta di elementi biologicamente attivi in forma ionizzata (elettroliti), che svolgono un ruolo decisivo nella formazione e nel mantenimento degli apparati scheletrico e muscolare e del sistema nervoso e immunitario. L’organismo non sintetizza i sali minerali, che devono essere perciò assunti con gli alimenti. Pertanto, un’alimentazione equilibrata è condizione essenziale per l’omeostasi degli elettroliti, controllata dagli ormoni e deputata a regolare, fra l’altro, anche l’equilibrio acido-base.

Gli errori nelle scelte alimentari, in particolare il consumo eccessivo di proteine, unitamente alla mancanza di attività fisica o a patologie croniche, possono interferire con l’equilibrio elettrolitico oppure determinare carenze di minerali. Dalle ricerche sulla biologia evolutiva sappiamo che il nostro organismo non è adattato all’alimentazione moderna, molto spesso povera di potassio e iperproteica5,6. L’eccessivo apporto di proteine fa sì che l’organismo produca metaboliti acidi, con il conseguente aumento dell’escrezione di minerali e lo sbilanciamento dell’equilibrio acido-base verso livelli troppo marcati di acidità. Con l’avanzare dell’età, tali processi metabolici vengono amplificati da una ridotta escrezione renale degli acidi7.

L’acidosi metabolica di basso grado indotta dalla dieta è una condizione che è stata indagata fin dall’inizio degli anni ‘80, quando Kurtz et al.8 hanno mostrato come un aumento del carico acido alimentare porti a piccoli cambiamenti nel bilancio acido-base (aumento di [H+] e riduzione di [HCOO3-]). Nel corso degli anni, nuovi studi hanno avuto come oggetto queste alterazioni minime nell’equilibrio acido-base9,10,11,12, e sono state utilizzate terminologie diverse per definire la stessa condizione, quali ad esempio “acidosi metabolica eubicarbonatemica”13 e “ritenzione acida”14.

 

Sebbene queste variazioni nell’equilibrio acido-base siano minime, si è dimostrato che una lieve diminuzione del pH ematico può avere un impatto significativo sul metabolismo. Negli ultimi 10 anni, numerosi studi hanno preso in considerazione le conseguenze cliniche di un’alimentazione acidificante arrivando a concludere che l’acidosi metabolica indotta dalla dieta è associata a compromissione del metabolismo osseo e ad aumentato rischio di una serie di malattie croniche non trasmissibili (MCNT), quali diabete mellito di tipo 2 e ipertensione15, 16, 17.

 

Dieta acidificante e conseguenze cliniche

Il metabolismo e patologie ossee

Si annoverano in letteratura numerose pubblicazioni il cui obiettivo è valutare il legame tra carico acido dietetico e rischio di malattie. Gli effetti negativi per la salute riconducibili ad acidosi metabolica di basso grado sono associati ad escrezione di minerali e alterazione della secrezione ormonale.

Per poter preservare le funzioni vitali, quali appunto un pH ematico costante, anche laddove siano carenti gli elettroliti, l’organismo attinge ai minerali depositati in parte anche nello scheletro. Qualora la condizione di acidosi metabolica di basso grado persistesse per periodi protratti nel corso della vita, si andrebbe incontro ad atrofia del tessuto osseo. Si tratta di processi infiammatori degenerativi mitigabili attraverso la regolazione dell’equilibrio acido-base con preparati alcalinizzanti, come già testimoniato da uno studio di Tucker et al. del 1999 in cui si evidenzia ad esempio come un apporto adeguato di potassio e magnesio sia in grado di rallentare la riduzione della densità ossea18.

La lieve riduzione del pH del fluido extracellulare sopprime inoltre l’attività osteoblastica, diminuisce l’espressione genica di proteine specifiche di matrice e l’attività della fosfatasi alcalina. Oltre a ciò, l’acidosi metabolica di basso grado è associata ad aumentata attività osteoclastica ed escrezione urinaria del calcio senza aumento però dell’assorbimento intestinale del calcio, con conseguente deplezione del calcio osseo19,20. Si è dimostrato che l’escrezione acida netta (NAE), predittore del potenziale acidificante della dieta, è associata a un aumento dei livelli sierici dell’ormone paratiroideo (PTH) e dell’escrezione urinaria di calcio e di N-telopeptide, importante marcatore del riassorbimento osseo21. Nello studio condotto da Buclin et al. (2001)15, l’ingestione di una dieta acidogena per quattro giorni ha causato un aumento dell’escrezione urinaria del calcio e del C-telopeptide rispettivamente del 74% e del 19% rispetto all’assunzione di una dieta alcalinizzante per lo stesso periodo. Inoltre, il consumo di questa dieta ha mostrato una discreta, ma significativa, riduzione del pH ematico e urinario.

Altri lavori evidenziano che il consumo di una dieta acidificante porta a riduzione della mineralizzazione e della massa ossea e a un maggiore rischio di fratture. New et al. (2004)22 hanno dimostrato che alti valori di NEAP (produzione netta di acido endogeno) sono correlati con una densità minerale ossea inferiore del femore e con una riduzione di massa ossea dell’anca e della colonna vertebrale in 1056 donne, indipendentemente dall’età e dallo stato menopausale. Bisogna anche aggiungere che diversi studi evidenziano che gli effetti negativi dell’acidosi metabolica di basso grado sul tessuto osseo sono indipendenti dall’assunzione di calcio15,23. In un lavoro di Shariati-Bafghi et al.23 condotto su 151 donne in post-menopausa, PRAL e NEAP sono inversamente correlati con la densità minerale ossea, correlazione rimasta significativa anche in quei soggetti che assumono quantità di calcio superiori a 800 mg/die. Recentemente, Kong et al. (2017)24 hanno mostrato in uno studio condotto su 7187 partecipanti all’indagine nazionale sulla salute e nutrizione coreana (The Korean National Health and Nutrition Examination Survey, KNHANES) che l’assunzione dietetica di potassio correla positivamente con una maggiore densità minerale a livello di colonna lombare, femore e anca, anche nei soggetti con ridotto apporto di calcio alimentare, fatto che può essere attribuito al minore potenziale acidificante di diete ricche di fonti alimentari di potassio.

Nonostante le numerose evidenze riportate anche nel presente articolo, nel valutare il legame tra carico acido dietetico e rischio di malattie ossee, come l’osteoporosi, i risultati non sono conclusivi. Gli studi disponibili che valutano questo legame non sono controllati per tutti i fattori legati al rischio e alla progressione delle malattie del tessuto osseo, quali storia familiare, estrogeni e funzionalità renale, che possono, almeno in parte, spiegare i risultati a volte incoerenti che emergono quando si analizza questo legame. Tuttavia, poiché demineralizzazione e perdita di massa ossea sono collegati a varie malattie del tessuto osseo25,26,27, si ritiene che, a lungo termine, l’eccessivo rilascio di acidi nel torrente circolatorio possa avere un impatto significativo sul rischio di malattie ossee.

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