Letteratura scientifica – Acidosi Metabolica https://www.acidosimetabolica.it Tutto sul mondo dell'acidosi metabolica Tue, 24 May 2016 14:48:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.9.12 Il reflusso gastroesofageo e l’impatto di uno stile di vita “acidificante” https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/reflusso-gastroesofageo-e-stile-vita-acidificante/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/reflusso-gastroesofageo-e-stile-vita-acidificante/#respond Thu, 12 May 2016 08:18:09 +0000 https://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=1477 Il reflusso gastroesofageo è una condizione patologica cronica che colpisce il 44% della popolazione americana almeno 1 volta al mese, con episodi quotidiani che affliggono circa il 7% dello stesso campione.  Anche in Italia la situazione non è da meno.

Fortunatamente il reflusso gastroesofageo è curabile. Il trattamento di questo disturbo si distingue per un approccio graduale, che include tanto interventi a livello alimentare e di stile di vita, quanto l’uso di farmaci calibrati sulla severità dei sintomi riferiti.

Nella review che proponiamo vengono analizzati tutti i fattori alimentari e di stile di vita che contribuiscono all’insorgenza o all’aggravamento della malattia.

Dieta e reflusso gastroesofageo sono connessi e l’approfondimento si sofferma su come l’alimentazione e le abitudini quotidiane possano essere migliorate per trarne beneficio terapeutico.

Oltre alla terapia farmacologica e all’intervento chirurgico, infatti, modificare lo stile alimentare e di vita rappresenta la terza imprescindibile componente per curare la malattia da reflusso gastroesofageo.

Il professionista della salute può intervenire proprio su questi aspetti, indicando al paziente ad esempio, prima di passare alla terapia farmacologica (step-up approach), cosa mangiare e quali atteggiamenti quotidiani adottare per trattare il reflusso gastroesofageo, i sintomi iniziali e la loro evoluzione: un approccio terapeutico molto efficace, ma ancora poco diffuso.

Uno studio dimostra, infatti, che solo il 12% dei pazienti riceve consigli dietetici e comportamentali, nel momento in cui viene diagnosticato il reflusso gastroesofageo. Eppure le evidenze presentate nella review sono molto chiare, tra gli elementi che hanno un forte impatto sulla patologia incontriamo sicuramente:

  • Fumo – Aumenta l’incidenza dei sintomi del reflusso, promuovendo una diminuzione del tono dello sfintere esofageo inferiore e una minore salivazione, con conseguente riduzione della clearance esofagea.
  • Alcol – La letteratura scientifica attesta che il consumo di superalcolici, ma anche moderate quantità di birra e vino, impediscono il corretto movimento peristaltico esofageo, con conseguente prolungamento dell’esposizione all’acido, un incremento della secrezione acida a livello gastrico e una riduzione del tono dello sfintere esofageo inferiore.
  • Stress – L’ipotesi avanzata nello studio è quella secondo cui, per un meccanismo fisiologico, i fattori di stress causano l’attivazione dei mastociti della mucosa che, attraverso la produzione di citochine, generano un incremento della permeabilità epiteliale e la dilatazione degli spazi intercellulari. L’aumentata esposizione epiteliale ad acidi e pepsina determina l’attivazione dei nocicettori, causando i segnali di dolore e i sintomi di pirosi caratteristici del disturbo.
  • Attività fisica – È stato scientificamente provato come 30 minuti di attività fisica svolta almeno 5 volte alla settimana possano ridurre la sintomatologia, accelerando la velocità di svuotamento gastrico.
  • Posizione supina – Tenere la testa leggermente rialzata durante la notte si è dimostrato metodo efficace per attenuare il reflusso gastroesofageo notturno.
  • Obesità – Soprattutto il grasso addominale è responsabile del rilassamento dello sfintere esofageo inferiore e dell’aumento della pressione intraddominale, che contribuisce alla risalita del chimo dallo stomaco all’esofago.

Tra i fattori alimentari che hanno un influsso maggiore sull’insorgenza del reflusso gastroesofageo o sui suoi sintomi annoveriamo:

  • Spezie – Secondo la review americana, circa l’88% dei pazienti sostiene che le spezie aumentino la pirosi da reflusso.
  • Bevande gassate – Dati statistici multivariati, presentati nello studio, mostrano che queste bevande promuovono il rilassamento dello sfintere esofageo inferiore. Lo stesso fenomeno si verifica con l’assunzione di menta e cioccolato.
  • Caffeina – Rappresenta sicuramente un elemento che contribuisce a precipitare gli episodi di reflusso gastroesofageo, ma non sembra essere un fattore predisponente.
  • Fibra alimentare – Alcuni studi analizzati nella review dimostrano che il consumo di cereali integrali diminuirebbe del 50% i sintomi del reflusso gastroesofageo. Le fibre alimentari aiutano, infatti, ad abbassare la concentrazione di nitriti coinvolti nel manifestarsi o aggravarsi del disturbo.
  • Pasti abbondanti e/o ricchi di grassi – Questa abitudine alimentare può portare a un marcato rallentamento della velocità di svuotamento gastrico, che si traduce in una maggiore incidenza di reflusso e/o peggioramento dei sintomi correlati.
  • Rimedi naturali – Alcuni estratti vegetali hanno mostrato un’azione benefica nei confronti della pirosi da reflusso. Tra questi, ad esempio:
    • la Camomilla;
    • l’Olmaria;
    • l’Olmo rosso;
    • la Sutherlandia frutescens;
    • il Finocchio;
    • la Nepeta cataria;
    • l’Angelica;
    • la Genziana;
    • lo Zenzero;
    • l’Aloe.
  • Orario del pasto – Evitare di mangiare la sera subito prima di coricarsi riduce fortemente i sintomi notturni. La cena, inoltre, è sicuramente il pasto in cui far maggiore attenzione a non eccedere con i grassi e i quantitativi.

L’approfondimento presenta ulteriori spunti interessanti e possibili rimedi al reflusso gastroesofageo.
Sottolinea, fondamentalmente, che è essenziale impostare una terapia medica che parta innanzitutto da un intervento profondo sullo stile di vita e sulle abitudini alimentari scorrette, per poi passare alla cura farmacologica, che dovrebbe essere integrata gradualmente – se necessaria –  per il controllo dei sintomi, piuttosto che rappresentare la soluzione primaria per il trattamento della patologia.

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La regolazione del pH interstiziale e la prevenzione del diabete di tipo 2 https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/ph-interstiziale-e-diabete-di-tipo-2/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/ph-interstiziale-e-diabete-di-tipo-2/#respond Wed, 16 Mar 2016 08:57:13 +0000 https://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=1277 L’insulino-resistenza, condizione in cui i tessuti del muscolo scheletrico diventano meno sensibili all’azione dell’insulina impedendo l’ingresso di glucosio nelle cellule, è un fattore cruciale nello sviluppo della sintomatologia legata al diabete di tipo 2. Questa patologia, di cui soffrono attualmente 370 milioni di persone nel mondo, è sempre più diffusa e si prevede che interesserà circa 550 milioni di individui nel 2030[1].

Per contrastare il manifestarsi di questo disturbo è fondamentale adottare strategie preventive valide.
Le più tradizionali e conosciute consistono:

È importante però ampliare il raggio d’intervento e affidarsi anche a nuovi approcci terapeutici.
Un aspetto che, ad esempio, viene spesso trascurato riguarda l’interessante relazione, accuratamente analizzata nella review giapponese presentata in questo approfondimento, che intercorre tra:

  • pH dei liquidi interstiziali;
  • insulino-resistenza.

Il liquido interstiziale, ovvero il fluido presente tra le varie cellule dei tessuti, contiene:

  • numerose proteine;
  • ormoni;
  • enzimi cruciali per la regolazione di svariate funzioni cellulari.

È, inoltre, caratterizzato da un pH estremamente variabile – in funzione delle condizioni fisio-patologiche dell’organismo – e, se soggetto ad abbassamento, può influire sull’attività di ormoni (es. l’insulina) ed enzimi.

A sostegno di questa tesi, alcune evidenze cliniche riportate nella pubblicazione mostrano come il pH interstiziale di pazienti con diabete di tipo 2 sia inferiore rispetto a quello misurato nel gruppo di controllo, composto da individui sani.

La riduzione del pH a livello interstiziale diminuisce, infatti, la capacità dell’insulina di legarsi al suo recettore di membrana per promuovere l’uptake di glucosio a livello cellulare, determinando:

  • insulino-resistenza;
  • conseguente iperglicemia.

Il mitocondrio, invece, in seguito a disfunzioni che si manifestano nel corso della patologia diabetica, produce una maggior quantità di ioni H+, che vengono rilasciati nello spazio extracellulare, provocando un’acidificazione dello stesso.

La relazione tra il pH interstiziale e l’insulino-resistenza è, quindi, da considerare e analizzare dettagliatamente, soprattutto da un punto di vista biochimico.

Si tratta di un ambito di studio molto interessante, che apre le porte a nuove prospettive di cura del diabete: una terapia efficace potrebbe ad esempio passare, prima di trattare l’iperglicemia, attraverso la regolazione del pH interstiziale.

In che modo? Secondo la review, l’adozione di una dieta a base di propoli potrebbe generare benefici concreti.
Questa sostanza resinosa naturale raccolta dalle api ha, infatti, grandi potenzialità nell’innalzamento del pH dei liquidi interstiziali. Un’alimentazione ricca di propoli migliorerebbe, quindi, anche la condizione di insulino-resistenza, grazie a meccanismi molecolari ancora da approfondire.

 

 

[1] Fonte: IDF – International Diabetes Federation.

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Ansia e Acidosi da anidride carbonica https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/ansia-e-acidosi-da-anidride-carbonica/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/ansia-e-acidosi-da-anidride-carbonica/#respond Thu, 28 Jan 2016 11:31:48 +0000 https://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=1139 L’inalazione di anidride carbonica (CO) abbassa i livelli di pH del cervello, generando una condizione di Acidosi e inducendo stati d’ansia, paura e panico negli esseri umani.

Nei topi, il biossido di carbonio provoca una serie di tipici comportamenti passivi e ansiosi, che sembrano dipendere dall’amigdala:

  • immobilità motoria;
  • stato di allerta;
  • inibizione;
  • tendenza a scappare.

Tuttavia, un recente studio, condotto su esseri umani con lesioni dell’amigdala bilaterale, ha rivelato che la CO può innescare stati di paura e panico anche quando l’amigdala è del tutto assente o è danneggiata, suggerendo l’importanza di altre strutture cerebrali (extra-amigdalari).

Poiché il nucleo del letto della stria terminale (BNST da Bed Nucleus of the Stria Terminalis) influenza i processi ansiosi ed esprime il sensore acido del canale ionico-1A (ASIC1A da Acid Sensing Ion Channel 1A), è stato ipotizzato che quest’ampia porzione dell’amigdala svolga un ruolo importante nell’attivazione degli atteggiamenti di panico, indotti dall’anidride carbonica, riscontrati nei topi.

A conferma di questa ipotesi, è stato scoperto che, in presenza di lesioni del nucleo del letto della stria terminale, si riducono marcatamente gli effetti precedentemente menzionati.

Inoltre, dallo studio presentato in questo approfondimento, è emerso che l’inalazione di CO causa uno stato di Acidosi del BNST e che questa condizione di scompenso dell’equilibrio acido-base è sufficiente per depolarizzare i neuroni del nucleo del letto della stria terminale e causare comportamenti freddi e passivi; entrambi meccanismi connessi all’attività dei canali ionici 1A.

Infine, eliminando o inibendo i canali ASIC1A presenti specificamente nel nucleo del letto della stria terminale si sono ridotti in maniera significativa i comportamenti indotti dal biossido di carbonio, mentre manipolando i canali ASIC1A nel BNST tramite virus adeno-associati (AAV) sono aumentati gli effetti passivi e ansiosi.

Nel complesso, i risultati dello studio identificano il BNST come una struttura extra-amigdalare del circuito cerebrale della paura che ricopre un ruolo fondamentale nel determinare, in un senso o in un altro, i comportamenti di ansia e panico provocati dall’inspirazione di anidride carbonica.

 

 

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Il rapporto tra i livelli di bicarbonato nel plasma e lo sviluppo del diabete https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/bicarbonato-plasmatico-e-diabete/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/bicarbonato-plasmatico-e-diabete/#respond Tue, 22 Dec 2015 10:27:27 +0000 https://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=925 Secondo vari studi osservazionali trasversali, la presenza di alcuni biomarcatori caratteristici di una condizione di Acidosi Metabolica – come una bassa concentrazione di bicarbonato plasmatico e un elevato gap anionicosi associa a una maggiore insulino-resistenza.

Lo studio caso-controllo nidificato, presentato in questo approfondimento, è stato condotto come indagine satellite all’interno del Nurses’ Health Study, una delle più importanti ricerche sulla salute femminile realizzata negli Stati Uniti.

Sono stati presi in considerazione 630 casi di donne, che non avevano il diabete mellito di tipo 2 al momento del prelievo del sangue nel 1989-1990, ma che lo hanno sviluppato nei 10 anni successivi e sono stati misurati i livelli di bicarbonato presenti nel loro plasma.

Le analisi sono state effettuate sulla base di:

  • età;
  • etnia;
  • stato di digiuno;
  • data del prelievo del sangue.

È stata usata la regressione logistica per calcolare l’Odds Ratio (OR), ossia l’indice che definisce il rapporto di causa-effetto tra la concentrazione di bicarbonato plasmatico a inizio trial e il manifestarsi del diabete.

Dopo una correzione del modello di studio e l’inclusione di fattori come l’indice di massa corporea, il livello di creatinina nel plasma e la storicità dell’ipertensione, è emerso che le donne con una concentrazione di bicarbonato plasmatico al di sopra del livello medio avevano inferiori probabilità di sviluppare il diabete (OR 0.76, 95% intervallo di confidenza CI 0,60-0,96) rispetto alle donne con una concentrazione di bicarbonato al di sotto del livello medio.

Le donne nel secondo (OR 0.92, 95% CI 0,67-1,25), terzo (OR 0,70, 95% CI 0,51-0,97) e quarto (OR 0.75, 95% CI 0,54-1,05) quartile di bicarbonato plasmatico avevano minori probabilità di sviluppare diabete rispetto a quelle del quartile più basso (p per trend = 0,04).  L’analisi di un biomarcatore aggiuntivo, la proteina C-reattiva, non ha modificato questi risultati.

In conclusione, la ricerca condotta ha dimostrato che, all’interno del campione esaminato, concentrazioni di bicarbonato plasmatico più alte erano associate a minori probabilità di sviluppare il diabete.

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Acidosi Metabolica, insulino-resistenza e rischio cardiovascolare https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/acidosi-metabolica-insulino-resistenza-e-rischio-cardiovascolare/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/acidosi-metabolica-insulino-resistenza-e-rischio-cardiovascolare/#respond Tue, 15 Dec 2015 14:56:47 +0000 https://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=994 Le malattie cardiovascolari continuano a rappresentare una delle maggiori cause di mortalità nei Paesi più sviluppati. Sindrome metabolica e obesità sono disturbi ampiamente presenti nella società moderna e l’insulino-resistenza è stata recentemente riconosciuta dalla comunità medica come uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare.

In questo approfondimento viene presentata un’interessante review scientifica americana che analizza nel dettaglio le relazioni tra:

  • insulino-resistenza e microalbuminuria;
  • Acidosi Metabolica, insulino-resistenza e rischio cardiovascolare.

Nel corso degli ultimi vent’anni sono state accumulate numerose prove scientifiche sulla relazione tra insulino-resistenza e secrezione in eccesso di albumina nelle urine.

La microalbuminuria è ormai considerata un fattore di rischio cardiovascolare indipendente e differenti analisi trasversali hanno comprovato una stretta associazione tra la presenza di questo disturbo e l’insulino-resistenza in diversi gruppi:

  • pazienti diabetici di tipo 1 e di tipo 2;
  • individui non diabetici;
  • pazienti con ipertensione;
  • persone anziane;
  • bambini.

Secondo la pubblicazione scientifica in esame, inoltre, le evidenze raccolte dimostrano che anche stati lievi di Acidosi Metabolica possono generare una condizione di insulino-resistenza in individui sani. 

Molti studi epidemiologici recenti mettono in relazione, inoltre, la presenza di indicatori di Acidosi con l’ipertensione sistemica.

Ancora una volta, poi, viene messo l’accento sulla relazione tra Acidosi Metabolica e alimentazione.

La dieta moderna adottata nelle società di stampo occidentale e composta prevalentemente da alimenti acidificanti, come i prodotti di origine animale, genera un carico acido che non viene compensato da un adeguato apporto di alimenti alcalinizzanti, come frutta e verdura, causando così una condizione di Acidosi Metabolica.

Quest’ultima può sfociare in disturbi, che contribuiscono ad aumentare il rischio cardiovascolare, come:

  • insulino-resistenza;
  • sindrome metabolica;
  • diabete di tipo 2.

Infine, nella sua parte conclusiva, la review affronta anche il legame tra Acidosi Metabolica e patologie degenerative come il diabete mellito e la malattia renale cronica.

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Gli effetti dell’Acidosi Metabolica sulla secrezione e sull’azione dell’insulina negli uremici https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/acidosi-metabolica-e-insulino-resistenza/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/acidosi-metabolica-e-insulino-resistenza/#respond Wed, 02 Dec 2015 10:01:16 +0000 https://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=873 L’Acidosi Metabolica influenza sia il metabolismo della vitamina D sia quello dell’insulina.
La vitamina D, infatti, interviene direttamente nella secrezione dell’insulina e incide sull’insulino-resistenza nei pazienti uremici.

Lo studio, presentato in questo  approfondimento, esamina proprio cosa accade e come varia la produzione e l’azione dell’insulina, ma anche la concentrazione della 1,25 vitamina D₃, quando si corregge una condizione di scompenso dell’equilibrio acido-base dell’organismo in casi di uremia.

La ricerca è stata condotta negli Stati Uniti dalla Divisione di Nefrologia dell’Oregon Health Sciences University : sono stati presi in esame 8 pazienti con Acidosi Metabolica, prima e dopo un trattamento orale di due settimane  a base di bicarbonato di sodio (3 mEq/Kg di NaHCO₃  al giorno).

I pazienti del campione considerato , 3 uomini e 5 donne in età da college (18 ± 1 anni) sono stati confrontati con un gruppo di controllo composto da sette coetanei (19 ± 1 anni), 3 uomini e 4 donne, in perfette condizioni di salute.

La sensibilità all’insulina è stata rilevata utilizzando la tecnica del clamp euglicemico iperinsulinemico mentre la secrezione dell’insulina è stata misurata tramite il metodo del clamp iperglicemico.

I dati raccolti e le evidenze emerse grazie allo studio sono davvero interessanti.
La somministrazione di bicarbonato di sodio NaHCO₃ , per due settimane, ha generato un aumento:

  • del pH arterioso (7.37 ± 0.01 vs 7.37 ± 0.01);
  • della concentrazione di bicarbonato plasmatico (24 ± 2 mEq/dl vs 16 ± 2 mEq/dl);
  • della 1,25–diidrossivitamina D₃ circolante (20 ± 2 pg/ml).

Sono stati, inoltre, molto positivi i risultati registrati sui parametri relativi alla secrezione dell’insulina (10 ± 1 µU/ml vs 7 ± 1 µU/ml) e alla sensibilità a questo ormone (94 ± 4 mg/dl vs 104 ± 5 mg/dl).

In conclusione, il trattamento dell’Acidosi Metabolica nei pazienti con uremia ha influito positivamente anche sulla secrezione dell’insulina e sull’insulino-resistenza.

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Il rapporto tra le diete alcaline e la massa magra negli anziani https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/il-rapporto-tra-le-diete-alcaline-e-la-massa-magra-negli-anziani/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/il-rapporto-tra-le-diete-alcaline-e-la-massa-magra-negli-anziani/#respond Wed, 22 Jul 2015 10:13:19 +0000 http://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=402 Conservare la massa muscolare, invecchiando, è importante per prevenire cadute e fratture. Molti studi hanno dimostrato che l’Acidosi Metabolica favorisce l’indebolimento muscolare: le scorie acide introdotte nell’organismo tramite diete ricche di nutrienti acidogeni come proteine e cereali, se non equilibrate da una bilanciata presenza di alimenti alcalini come frutta e verdura, possono contribuire a una riduzione della massa magra negli anziani.

I ricercatori della “Tufts University” del Massachusetts hanno condotto un trial clinico della durata di tre anni – consultabile scaricando questo approfondimento – su 384 soggetti con età uguale o superiore a 65 anni, allo scopo di determinare l’esistenza di una correlazione tra il livello di potassio presente nelle urine delle 24 ore, un indice rappresentativo del contenuto di frutta e verdura nella dieta dei partecipanti e la percentuale di massa magra LBM % (Lean Body Mass %) o la sua variazione nei soggetti più anziani.

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Acidosi Metabolica: fisiopatologia, diagnosi e cura https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/acidosi-metabolica-fisiopatologia-diagnosi-e-cura/ https://www.acidosimetabolica.it/approfondimenti/acidosi-metabolica-fisiopatologia-diagnosi-e-cura/#respond Wed, 22 Jul 2015 10:04:33 +0000 http://www.acidosimetabolica.it/?post_type=approfondimenti&p=398 L’Acidosi Metabolica è caratterizzata da una primaria riduzione della concentrazione del bicarbonato nel siero (HCO3-), da una secondaria diminuzione della pressione arteriosa parziale di anidride carbonica (PaCO2) e da una alterazione del pH del sangue.

Questo scompenso dell’equilibrio acido-base dell’organismo può manifestarsi in una forma acuta (che può durare minuti o diversi giorni) o in una cronica. La prima tipologia di Acidosi è spesso causata dalla sovrapproduzione di acidi organici, come chetoacidi o acido lattico; la seconda riflette, invece, uno spreco di bicarbonato o la presenza di un sistema renale pregiudicato.

I principali effetti negativi determinati da una condizione di Acidosi Metabolica Cronica sono connessi a processi degenerativi dei tessuti e di demineralizzazione ossea.

Uno stato di Acidosi Metabolica può causare molteplici danni per la salute e ad esempio indebolire il sistema immunitario, compromettendo i meccanismi di difesa dell’organismo umano.

Consultate questo documento scientifico per approfondire l’argomento.

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